mercoledì 23 novembre 2011

RASHOMON E ALTRI RACCONTI - Ryunosuke Akutagawa


Come spesso affermo, solo chi soffre può creare arte, e leggere i racconti di Akutagawa dopo averne letto l’atroce vita conferma totalmente questa mia per me inossidabile teoria.

La cultura giapponese è diversa, lontana da noi, ma immergendoci in queste pagine qualche lontano profumo e rumore possiamo carpirlo, un Giappone che conosce l’occidente ma che si tiene in un altro universo e mantiene le sue diversità nette.

Poco prima del sommo Mishima e ben prima di Banana Yoshimoto, quasi coetaneo di Kawabata (autore di quell’altro piccolo gioiello La casa delle belle addormentate: leggetelo!), Ryunosuke Akatawaba ci lascia tanti piccoli dipinti, affreschi e miniature di un Giappone che atemporalmente spazia tra i tempi eroici medievali e la modernità cupa, mediocre, triste che rimpiange ciò che è stato ma che è anche conscia che non tornerà più (il seppuku di Mishima, a seguito della sconfitta militare giapponese, segnerà forse la pietra tombale di quell’epoca, che solo Akira Kurosawa saprà riproporre, e proprio partendo dai racconti di Akutagawa che nel 1915 si fece conoscere con il sublime e atroce schizzo Rashomon , dal cui titolo il regista prenderà spunto per uno dei suoi più noti capolavori).

Ogni racconto ha una sua vita palpitante, ha le sue luci e le sue ombre che affascinano seppure oscure, ma su tutti vorrei citarne tre, i più belli e rappresentativi per me.

Ne La scena dell’inferno assistiamo al lento declino psichico e morale di un artista di corte tormentato da incubi sempre più atroci di torture e demoni infernali (chiaro, per me, il richiamo, oltre che alla mitologia nipponica, alla genialità visionaria e quasi lisergica di Hyeronimus Bosch), ma che scoprirà sulla sua pelle come nessuna crudeltà sia più feroce dell’umana cattiveria.
Delizioso è il breve Nel bosco, racconto insieme giallo, noir, spiritico su un omicidio e una sparizione, che genialmente ci dimostra con pochi tratti di penna/pennello l’abisso che può esser dietro un evento lineare se lo si osserva dai differenti punti di vista di chi quell’evento l’ha vissuto. Decenni dopo registi si cimenteranno in simili ragionamenti, ma il potere della scrittura e della sua capacità di sintesi in queste righe brilla accecando.

Spaventosamente moderno è infine il lungo racconto che chiude la raccolta, ovvero Nel paese dei Kappa, dove i Kappa sono curiosi esseri zoomorfi che vivono in una società parallela a quella umana, ma che una volta che entrano in contatto con gli umani, che cercano di ucciderli, si dimostrano avanzati, moderni, pacifici e civili. L’apparenza non solo inganna, ma uccide a volte.

mercoledì 16 novembre 2011

LA MORTE DI BUNNY MONRO - Nick Cave

Ci si può commuovere leggendo un romanzo la cui principale protagonista è la vagina, intesa come mera parte anatomica (nemmeno particolarmente bella e attraente, a dirla tutta?) il cui scopo è dare e ottenere piacere? Beh, leggendo il secondo romanzo dell'immenso NIck Cave, direi di sì, almeno io vi sono riuscito.

Cosa abbiamo tra le mani? E' un romanzo "bukowskiano" senza dubbio, con il suo protagonista eponimo del titolo, e apparentemente ributtante, odioso e schifido, un commesso viaggiatore rappresentante di cosmetici per donne, dedito a troie, scopate, sbronze in squallidi hotel, cocaina una-tantum e violenze varie, sempre col cazzo in tiro e bruciante MA sin da subito qualcosa non va, non è coerente con ciò che ci attendiamo ed esplode con una joiciana (e due colossi della letteratura già citati...) epiphany: la moglie di Bunny, depressa, stanca di tutte le sofferenze subite dal suo uomo di merda, si impicca in casa e viene scoperta dal marito, reduce dall'ennesima avventura squallidamente sessuale.

Ma ecco che appare il deuteragonista, Benny Boy, Benny Monro Jr, il bimbo di 9 anni della coppia, che nonostante sappia quasi tutto, capisca e veda, adora il padre in modo del tutto incondizionato e, incapaci di restare in quella casa di dolore prendono e partono, ed ecco che il romanzo diviene un perfettissimo mix tra un romanzo di formazione (contro-formazione forse?) e una novella on the road dal retrogusto kerouachiano ( e tre...).

I due viaggiano per mezza Inghilterra, tra personaggi folli, squallidi, donne fighissime e disponibilissime, laide troie e pazze furiose, una corsa disperata e insensata forse verso il destino inevitabile.

Merita in chiusura la citazione finale dei ringraziamenti "Ringrazio anche Kylie Minogue e Avril Lavigne con affetto, rispetto e le mie più sincere scuse", scuse minime visto che le due cantanti (o meglio il culo e la vagina delle due cantanti) per tutto il romanzo vengono citate nei sogni malatamente erotiche del protagonista.

Insomma, per chi come me venera Cave come musicista (con o senza i Bad Seeds), ma anche per chi non lo ama o addirittura non lo conosce (MALISSIMO!!), un romanzo da leggere assolutamente.

lunedì 14 novembre 2011

PRAGA MAGICA - Angelo Maria Ripellino


L’amore può essere declinato in molte modalità diverse e verso molteplici tipologie di oggetti sentimentali, e questo saggio/diario di viaggio/enciclopedico zibaldone culturale di Ripellino è uno straordinario atto d’amore verso Praga, ancor più straordinario se si pensa che l’autore era palermitano, innamorato quindi anche della sua città (due città d’oro, non casuale come elemento apparentemente) visto che giunge a dire che “Praga è più bella della mia prediletta città di Palermo asserì Liliencron con un accostamento che mi ingombra l’anima di duplice malinconia” [p. 324]

Chi apre le pagine di questo libro, inizia un viaggio attraverso lo spazio e soprattutto il tempo nella capitale boema, che ci appare come un caleidoscopico mondo a sè stante, che unisce vita e morte, allegria e dolore più cupo, attraversata da mille personaggi che, sena differenze di ceto, cultura, razza e idee, ci appaiono come attori su un palcoscenico polveroso, che odora di fumo stantio e birra versata per terra, ma che si illumina di Vita con la V maiuscola a 360 gradi.

Ecco infatti Rodolfo II, il re ipocondriaco, crudele, nevrotico ma che visse in spasmodico infinito amplesso con Praga; ecco Tycho Brahe, l’astronomo, fors’anche mago e alchemista, dal naso metallico (ricordo di un duello giovanile per amore), morto forse avvelenato e che riposa sotto una lastra di rosso marmo nella chiesa di Tyn; ecco San Giovanni Nepomuceno, il santo torturato e gettato nella Vltava perché non volle raccontare al re le malefatte della moglie a lui dette in confessione, il cui scheletro mantenne per miracolo il muscolo linguare rosso, carnoso e vibrante. Ecco i pilastri letterari: Kafka, Hasek, i poeti minori, i letterati da università e i letterati da taverne e birra, le prostitute, i preti, i mercanti, l’eterno ebreo errante, i golem.

Ma non solo di carne sono fatti gli attori di quest’opera: anche le pietre, il legno, l’aria e l’acqua recitano sul palcoscenico, con le mille chiese di Praga, le stradine che si inerpicano per Vyserhad, il cielo della città, il fango marcio che prende vita nel Golem, il cimitero ebraico, monumento di morte nella morte, e su tutto campeggia Bilà Hora, la Montagna Bianca, la collinetta (non tragga in inganno tal nome altisonante) su cui, nel 1620, Praga e la Boemia tutta perse libertà e gloria a discapito del possente e ignobile esercito cattolico degli Absburgo, che incatenò per sempre la capitale boema al gioco austriaco, lasciandole il sogno e la rimembranza dell’antica gloria.

Ripellino ha ricostruito questo universo con sagacia e passione rare, con una prosa fluida seppur a tratti aulica, forse eccessivamente, ma che rispecchia il ridondante barocco che venne imposto a Praga dagli Asburgo e che schiacciò, ma mai uccise, la sottigliezza e la maestosità del gotico imperante, e tra memorie personali, dottissime citazioni di opere e letterati cechi, ebreo-praghesi, tedeschi, francesi che a Praga e di Praga hanno respiarto l’aria rara e magica, che può apparire la classica banale frase da agenzia di viaggi, ma che immergendosi idealmente nelle pagine di Ripellino risulta forse la sola perfetta descrizione di questa città.

Pensando a Praga schiava dell’Austria e poi, a guerra finita, a Praga schiava del regime sovietico, Ripellino chiude il suo atto d’amore con un’invocazione d’amore: “Praga, non ci daremo per vinti. Fatti froza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza”. E il pensiero non può non andare a quello struggente pezzo degli Offlaga Disco Pax, Tatranky, che di Praga sovietica fa un quadretto di desolante malinconia.

giovedì 3 febbraio 2011

L'INFINITO VIAGGIARE - Claudio Magris

Di Claudio Magris avevo già letto, anni addietro "Danubio", che mi era piaciuto ma avevo trovato troppo intellettualoide e auto-referente, così mi sono avvicinato a questa per me seconda opera del giornalista e studioso tregestino un po' titubante.
Sin dalle primissime pagine però me ne sono innamorato subito, perchè altro non può fare, sfogliando le pagine, i capitoli che condensano 23 anni (1982-2004) di viaggi (di lavoro, di piacere, di cultura), chi come me adora viaggiare, indipendentemente che lo si faccia nello spazio, laddove i sempre più scarsi soldi e tempo ce lo concedano, o nella mente.
Come detto è un libro che raccoglie, come un taccuino offerto coram populo, 23 anni di vita di Magris, tra situazioni comiche (l'incontro con un rabbino a Vienna), altre di immobile adorazione (la scrivania di Dostoevskij), altre di lacrime pienamente umane (i ricordi fugaci della foto fatta con la moglie, defunta al tempo della stesura definitiva, sul ponte Carlo a Praga), e mille altre che sezionano una vita, un animo e un mondo che sono tutti tessere minuscole del puzzle chiamato esperienza.
Inseguendo nell'inchiostro versato Magris, in un'Odissea perenne che esiste solo finchè non v'è ritorno nella sua personale Itaca, si incontrano citazioni di libri da leggere e spesso mai prima sentiti, oltre a massime, pensieri o semplici scambi dialogici con poeti, intellettuali o uomini di tutti i giorni, illuminanti e che da assetato di citazioni qual sono non potevo non sottolineare per farne tesoro, farne dono a voi e per ritrovarli quando tra qualche decennio riprenderò in mano questo libro.
Insomma, "L'infinito viaggiare" è un altro di quei libri che consiglio a chiunque, a patto che si ami viaggiare, si ami farsi guidare e si ami la letteratura tout-court, intesa come invito al viaggio polisemantico e polisensico
Chiudo questa mia recensione citando la dedica stessa di Magris, che leggevo a ogni apertura di volume e che mi commuoveva sempre, per lo straordinario di senso d'amore coniugale che sprigionava, sentimento che la nostra società pare abbia seppellito nel suo cinismo e nel suo egoismo come colonne dell'esistenza

A Marisa
e ai compagni di viaggio che ho amato
e che sono già arrivati

(n.d.a. Marisa è la moglie di Magris, defunta poco prima dell'edizione del testo)

giovedì 30 dicembre 2010

Insensate ciclicità

Aprii la finestra
c'era la neve
terrea
scavai nella neve
scoprii terra
unghiai la terra smossa
uno scrigno mi punse
ne scardinai il lucchetto
arrugginito
vidi un cuore palpitare
lo sezionai
ne sgorgò sangue
vivo
lo raccolsi in mano
divenne polvere grigia
mi destai
ansante

lunedì 27 dicembre 2010

LA RICERCA DELLA FELICITA' - Michel Houellebecq


Premetto subito che sarò di parte, dal momento che considero Houellebecq tra i più grandi, se non il più grande, narratore della nostra realtà degli ultimi decenni, meritevoel del Nobel alla letteratura, che però mai riceverà per il suo essere natipatico, restio al mondo e controcorrente.

In questa opera, ultima uscita da Bompinai, sono raccolte, tradotte per la priam volta in italiano,quattro precedenti lavori già editi nella sua Francia, e possiamo definirlal come un contemporaneo prosimetro sul mondo e la sua sofferenza dispiegata. Sì, prosimetro, perchè al suo interno vis ono brani in prosa, brevissimi saggi e lunghe poesie che come un coltello scuoiano, spellano, scavano nei nervi e nella carne dell'autore, uomo tra gli uomini del nostro tempo, perchè tramite dolore e sofferenza il poeta offre se stesso al mondo e agli occhi e alle menti di chi vuole entrare nel suo animo.

Il mondo descritto è lo stesso dei suoi romanzi capolavoro (Le particelle elementari, Estensione del dominio della lotta, La possibilità di un'isola tra i più belli, fondamentali da leggere per una persona di inizio millennio), le temtaiche quelle che da sempre sconvolgono l'uomo: il dolore esistenziale, la fondamentale solitudine umana anche nella compagnia, l'amore come unica via di scampo che però è negato sempre e comunque da una società che vive di lotta sociale, di apparenze, di vacuità degradante.

Forse allora solo il sesso può salvare l'uomo? Il sesso vive, palpita, si annusa in ogni pagian di H., ma è un sesso freddo, tecnico, una mera ginnastica genitale senza slancio, senza scopaggio cerebrale, prima e unica via alla conoscenza reciproca, e che si conclude con un coito glaciale e un allontanarsi immediato dei due corpi.

Quind? Quindi cosa ci resta? Nulal frose, forse il senso di una felicità irraggiungibile, decantata dalle grandi religioni e dalle filosofie, ma alla fine è una felicità che, coem nel supplizio di tantalo, è là a portata di mano, ma una volta sfiorata ci sfigge, evapora, diviene nebbia umana.

Tutte le 400 pagine del libro (saggio? romanzo? raccolta poetica? tutto ciò insieme!) sono da divorarsi come un freddo panino alla cotoletta di uno squallido bar di periferia (che sia Calais, Dignone, Milano, poco cambia), ma due momenti sono defintivi e necessari: la distruzione dei grandi cosiddetti classici (Jacques Prevert è un coglione è il titolo di un devastante mini saggio) e infine, soprattutto, l'agghiacciante teoria/pratica per schedare ogni singolo essere umano adulto, quasi fossimo marionette inutili nelle mani di dei irraggiungibili e sadici, che in chiusura di questa mia recensione credo sia necessario citare.

"Meditando sulla numerizzazione progressiva del mondo, elaboro il progetto di un numero sessuale normalizzato riclacato sul principio del numero della previdenza sociale con 13 cifre. Il sesso sarebbe codifcato su un carattere, l'anno di nascita su due; poi verrebbero la statura e il peso (cinque caratteri). Per le donne, il sistema usuale di misure (giro fianchi-giro vita-giro petto); per quanto riguarda gli uomini lunghezza e diamtero del pene in erezione. Su queste basi, una donna potrebbe essere codificata su 14 caratteri, un uomo su 12 (il che conferma l'opinione corrente sulla maggiore complessità della donna). A mo' di esempio, ecco i numeri sessuali normalizzati di alcuni amici: 159173651704, 26116144875585, 164168581405."

mercoledì 15 dicembre 2010

LATTE VERSATO - Chico Buarque


Durante il mio soggiorno aostano entrai in una di quelle rare librerie che ancora vivono di passione, e scambiai due chiacchiere con il libraio chiedendogli un consiglio su qualche scrittore brasilaino contemporaneo che non fossero sempre i soliti (Amado, Guimaraes Rosa, o il terrribile prezzemolino Coelho) e mi parlà di "Latte versato", di Chico Buarque de Hollanda, da me conosciuto come cantante. Ritornato a Mestre lo cercai, lo comprai e giusto oggi l'ho finito di divorare.



Quest'opera è un tuffo nell'ironia che scioglie il dolore, nella joi de vivre che cela la malinconia, nelle splendide contraddizioni d'uno splendido paese, il Brasile appunto.

Eulalio d'Assumpção è un centenario che giace moribondo sul lurido letto di un ospedale pubblico di Rio de Janeiro, finito lì perchè, mentre si stava facendo una doccia, era caduto rompendosi il femore poichè si stava masturbando contro la parete del bagno perchè gli era apparsa la sua ossessione, la moglie Matilde, mulatta sensuale e libertina, che, sposata diciassettenne da giovane dopo pochi mesi era sparita nel nulla lasciandogli un neonato di pochi mesi, gettandolo nella disperazione e tormentandolo con sue apparizioni.



Il romanzo è un continuo flashback sulla vita di quest'uomo, che vede disgregarsi la fortuna della sua antichissima e nobile famiglia brasiliana, che vede il declino anche morale di nipoti e bisnipoti, e che appunto ricerca per gli 80 anni di vita rimasta, sempre mantenendo totale fedeltà, la moglie che lo aveva abbandonato.

Di lettura agevole, rapida e convulsa, vi farà sorridere davanti alle disavventure quasi fantozziane della famiglia e dei personaggi che affollano le sue pagine, vi faraà incazzare per le ingiustizie e i comp0ortamenti indegni degli esseri umani, vi farà piangere perchè è anche un lamento dell'abbandono sentiemntale di un uomo che "aveva la sensazione di possedere un desiderio potenziale equivalente a quello del padre, per tutte le femmine del mondo, sebbene concentrato in una donna sola", Matilde apputno, che a suo modo dà il titolo al romanzo (e potrebbe essere stato altrimenti?)

sabato 11 dicembre 2010

PROMESSE CONIUGALI (ovvero una storia lumbarda del XXI secolo in XIV capitoli al fin di smontar quell’ebete del manzoni)



Lucia, casta e virginea fanciulla bergamasca, fidanzata con Renzo, giovane comasco ricamatore in una losca azienda di cinesi a Lodi, nonchè latente omosessuale innamorato del vecchio parroco del suo paese, tale Ambrondio, viene rapita da Rodericus, pornodivo e culturista norvegese, che la porta nella sua villa sul Lago Maggiore dove passano notti indimenticabili.

Mentre Lucia e Rodericus giocano a twister a letto, Renzo, accompagnato dai suoi due amici Cassius e Mentula, nottetempo cerca di infilarsi nella canonica per soddisfare le sue malate bramosie, ma Ines, la mamma di Lucia, vecchia ex prostituta d'origini andaluse, preoccupata più delle tendenze del futuro cognato che del rapimento della figlia lo pedina.
Scopertolo a brache calate davanti al letto di Ambrondio, lo mette in fuga con un coltello a serramanico, e Renzo prende la strada di Milano per evitare l'evirazione.

Con Renzo in fuga, Ines si rammenta della sua povera Lucia, sempre intenta a scoprire nuovi mondi dell'eros, e decide di fare un salto da un suo vecchio cliente, Cristobal, padre gesuita di Coimbra, noto puttaniere in gioventù, perchè vada a parlare con Rodericus. Il vecchio padre, oramai sifilitico, accetta di buon grado e giunge nella villa neoclassica del pornodivo norvegese. Qui, mostrandogli il suo corpo disfatto dal mal venereo, lo convince a lasciar libera la fanciulla, non più casta nè virginea, e insieme si muovono verso Monza, per cercar di raggiungere il fuggitivo Renzo.

Renzo, giunto a Milano, incontra un gruppo di punkabbestia a Porta Genova e, viste le sue inclinazioni, fa subito "profonda amicizia" col capo, Borromea, transessuale di Fortaleza chiamata nel giro "O Cardinal" per il suo amore per gli abiti talari rossi. Nel frattempo Lucia e il sifilitico Cristobal, stanchi del cammino, si fermano a Monza nel monastero di Frau Gertrud, vecchia mistress bavarese, non sapendo a cosa vanno incontro.

Renzo passa una settimana tra notti all'addiaccio in Stazione centrale e furtarelli a negozi di cinesi e squallidi ipermercati di periferia, fino a quando una notte confessa il suo amore a Borromea, ma il viados gli confessa che il suo cuore è già di un altro... il nostro povero ricamatore in lacrime fugge disperato e vagando per losche strade di periferia giunge in zona San Siro.

Intanto a Monza Lucia subisce per una settimana le sevizie della sadica Gertrud ("attenzioni" che alla nostra fu casta e virginea fanciulla parvero piacere assai) ma Cristobal, stufo che nessuna monaca lo badasse, chiama il suo vecchio amico d'infanzia Gennaro "il SenzaNome", capoclan di Afragola, che con un commando irrompe nel monastero, uccide le sante donne a mitragliate e porta via i due nostri eroi, direzione Milano.

Renzo, non potendo sapere che la sua amata era ormai divenuta una ninfomane e viaggiava alla sua ricerca con un sifilitico e un camorrista, incontra nel suo vagabondare un gruppo di buskers catalani, i Los Bravos, il cui capo, tale el Grisù (chiamato così per i suoi gravi problemi di aerofagia) lo ospita nel loro tendone, frequentato da prostitute, tossici e sbandati vari, insegnandogli l'arte del giuocare con le clave.

Periglioso fu il viaggio del trio:da Monza a Crema furono perseguitati da Azzecca Bottoni,temibile testimone di Geova,alla fine strangolato da Gennaro.A Sesto S.Giovanni incrociarono Primo Carneade,energumeno calabrese che giusto per non farle perdere esercizio violentò Lucia su un albero mentre Cristobal riprendeva il tutto col suo I-Phone,ma alla fine giunsero presso una strana tendopoli vicina a S.Siro.

Grazie a El Grisù Renzo era ormai diventato un busker molto ricercato, che aveva ritrovato la via dell'eterosessualità grazie a Cecilia, detta "La Peste", una diciassettenne campana tutta peperoncino e lascivia, che l'aveva irretito in un amen. Tutto pareva esser idilliaco quando presso il lercio tendone dei Los Bravos giunse uno strano terzetto: un incartapecorito frate sifilitico, una fu virginea fanciulla mutata dalla vita in ninfomane e un vecchio camorrista sfregiato...

Lo sguardo di Renzo copulante con Cecilia cadde sugli occhi lubrichi di Lucia che saettarono verso di lui appena vistolo. Cecilia capi al volo e si gettò sulla ragazza taglierino in mano, ma venne fermata da Gennaro che le spezzò il polso facendola innamorare di lui all'istante per i modi galanti. Lucia giunse davanti a Renzo e schiaffeggiatolo lo possedette là, mentre Cristobal applaudiva, non sapendo ciò che stava per accadergli.

Lacrime scendevano dagli occhi di padre Cristobal a quella visione: Renzo finalmente violentato da Lucia e Gennaro "Il SenzaNome" e Cecilia "La Peste" in idillio d'amore gli fecero rammentare la sua giovinezza quando, seminarista, nessun bordello di Coimbra era passato indenne dall'instancabile fantino. Troppe furono le emozioni per quel vecchio ormai segnato dalla sifilide, e il cuore gli esplose senza dolore, facendolo cadere nella fanghiglia del tendone.

Cristobal era morto, il suo corpo già roso dai ratti di fogna che vagavano presso il tendone, Renzo e Lucia finalmente riuniti, Gennaro e Cecilia due piccioncini. El Grisù, triste nel vedere la sua famiglia di disperati accattoni sciogliersi, si girò per andarsene, ma in quell'istante apparve Borromea, il viado amato da Renzo, che da sempre segretamente fremeva per lui. Si guardarono, si presero per mano e insieme si mossero verso una nuova vita assieme.

I miei lettori vorranno sapere come finirono le triste storie. Gennaro e Cecilia morirono in un regolamento di conti per lo spaccio di supposte al crac, Borromea e El Grisù coronarono il loro amore gay in quel di Rotterdam. E renzo e Lucia? Beh, Ambrondio, ormai debilitato dall'alzheimer, li sposò, ebbero due bei bimbi, ma Renzo finì per essere schiavizzato da Lucia, novella Semiramìs del Lago di Como...

Questa conclusione, benché trovata da merdosa gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di cazzarla qui, come il sugo rancido di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, beh, allora, potete davvero andarvene tutti affanculo!

FINIS

venerdì 3 dicembre 2010

LA BOTTEGA DEI MIRACOLI - Jorge Amado


Da tempo cercavo un libro che mi esplicasse meglio l'affascinante cultura umana e religiosa del Brasile: il candomblè, gli Orixàs (le divinità afro-brasiliane) e il sincretismo con i santi cristian, ma nessun saggio trovavo, così chiesi consigli sia in librerie sia a una mia amica e giunsi ad avere tra le mani ed aprire questo romanxi di Amado.

Come altri romanzi sudamericani e brasiliani letti, l'inizio risulta sempre pesante, per l'amore tutto latino-americano dell'ampollosità, del barocco, delle infinite descrizioni, che se nel cuore di un testo risultano affascinanti, all'inizio possono intimorire; ma superata l'erta iniziale, dopo vi si apre un universo in cui immergersi.

Salvador de Bahia, anni '70: una città, un popolo piange la morte di Pedro Archanjo, mulatto, bidello universitario ma etnologo tra i più vivi, babalorixa, amico di tutti, padre di figli sparsi nel mondo.

Partendo da questo elemento, la penna di Amado ci traccia con maestria, attraverso la vita del protagonista (ahimè inventato: non cadete nel mio sbaglio di crederlo esistito e passare ore a cercarne informazioni in rete!) un maestoso affresco della vita, dei colori, delle usanze e del dolore del popolo brasiliano.

Il romanzo è una saga famigliare, o meglio una saga plurifamigliare dal mometo che l'amore libero domina su tutto e tutti, e ogni bambino è figlio del popolo, non importa chi ne siano i genitori naturali; è un saggio sulla religione brasiliana che ci viene presentata attraverso i riti, le figure, le divinità; è un dipinto fatto di colori (i tramonti sull'oceano, la pelle dei protagonisti, i colori della città) e di odori (i profumi dei cibi, delle spezie, l'arome della cachça sempre presente, il profumo di rosmarino dei corpi di affascinanti ragazze mulatte); ma è anche un dolente lamento sul razzismo umano, sulla bassezza dell'uomo bianco che si vuol porre come assoluto dominatore di un mondo non suo, e un inno alla ribellione e alla libertà, con la teoria di fondo che solo il meticciato può salvare il mondo, perchè soltanto incrociando all'infinito culture, sangue, baci si può giungere alla VERA razza pura, la razza umana meticciata, nucleo fondamentale di tutte le ricerche di Archanjo.

Entrare in questo romanzo è come fare una passeggiata nel cuore del Brasile, nelle sue vaste contraddizioni, nella sua impareggiabile bellezza e nel suo unico fascino, sempre condotti per mano da Pedro Archanjo che "non è uno solo, ma vario, numeroso, multiplo, quarantenne, giovanotto, ragazzo, vagabondo, buon conversatore, buon bevitore, ribelle, sedizioso, organizzatore di scioperi, agitatore, suonatore di chitarra e chitarrino, innamorato, tenero amante, stallone, scrittore, scienziato, uno stregone. Tutti poveri, con la pelle scura, e civili"

mercoledì 1 dicembre 2010

O DOGMA

O amor
è uma mulher
que nunca decepciona,
os quais olhos
pretos
são como a lua
cheia na noite escura,
brilhante e feliz.

E’ o fogo na casa do pobre,
o fumo dum cigarro
nas esperas longas
da vida.
E’ o oxigènio na profundidade
do oceano:
precioso
vital
amado.

Aqui està e este è
o unico dogma
das todas as pessoas
humanas:
Amor è o quem è amado.

domenica 17 ottobre 2010

STILL LIFE - A short poem


La lungimiranza

di foglie d'acanto

dialoganti

con l'essenza di rabarbaro fuxia che

stilla

schiumoso

da un'ossidiana

calantesi dal terrazzo d'un ex manicomio

tetramente

illuminato

da lune oscillanti

nel nero-blu

del cielo

a caduta libera

sulle teste di giovani uomini

che si rincorrono

sull'asfalto in fiamme

d'antiche

città

decadenti

mercoledì 13 ottobre 2010

Habemus Papam!


Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, DOMINUM MATTEUM, Sanctæ Romanæ Ecclesiæ CARDINALEM DONATIONUM, qui sibi nomen imposuit AVIS PRIMUS.

domenica 19 settembre 2010

RECENSIO - J. G. Rosa, "Grande Sertao"

Da un po' di tempo, per questioni affettive e di curiosità mie personali, mi sono voluto avvicinare alla letteratura brasiliana, a me del tutto ignota prima. Un giorno, passeggiando come spesso faccio per Feltrinelli, mi sono imbattuto in un libro, quasi fosse stato lui a chiamarmi: l'ho preso in mano, guardicchiato, aperto, annusato e alla fine ho deciso di prenderlo, per poi scoprire a casa che viene considerato la vetta più alta di tutta la letteratura brasiliana. Insomma ciò che cercavo mi ha trovato, e nella sua forma probabilmente più alta, e così ho deciso, avendolo terminato giusto poco fa, di lasciar traccia dei miei pensieri. tale libro è

João Guimaraes Rosa, "Grande Sertão"

Subito dico che è un romanzo di non facile lettura, per la mole (500 pagine), per la forma (nessuna divisione in capitoli o paragrafi, ma un lunghissimo fiume di parole, quasi joyciano nel suo essere, quasi un Rio delle Amazzoni che brama eroticamente di raggiungere l'oceano dove esplodere) e per il linguaggio (che il traduttore Edoardo Bizzarri ha magistralmente reso, conservando le peculiarità innovatrici e fantasiose linguistiche di Rosa, che alcuni critici hanno definito l'Omero, il Virgilio, il Cervantes e il Joyce di Brasile.
All'inizio fu dura anche per me, ma sono persona testarda in ogni cosa della mia vita, e la sfida era aperta e DOVEVO vincerla e così ho proseguito, e avanzando nelle parole mi sono lasciato imprigionare e ho seguito la corrente sino alla fine, sempre più affascinato e conquistato.
Cos'è "Grande Sertão"? E' una storia di "jagunços", cioè di briganti, ma briganti nobili, eroici, erotici, passionali (il magistrale e necessario glossario posto in conclusione del libro li paragona ai bravi manzoniani, ma di loro gli jagunços poco hanno a mio avviso) che vivono la vita e muoiono la morte nei "sertoes", i deserti che si aprono nelle immense distese di quel paese staroridnario, meraviglioso, affascinante, terrorizzante che è il Brasile. Il sertão non perdona: caldo, polvere, pioggia, vento, ma anche distese lussureggianti di pascoli, fazendas, foreste, fiumi, che i nostri eroi attraversano.
"Grande Sertão" è Riobaldo, lo jagunço narratore, che in un interminabile susseguirsi di parole, descrive la sua vita, tra momenti di battaglie e scontri picareschi, profonde riflessioni sul senso della vita e delle vite, amori sessuali e amori di puro cuore, e continui ribaltamenti di alleanze, di attrazioni, di personalità.
Riobaldo non è solo Riobaldo, ma nel divenire degli eventi essi assume diversi nomi: è Tatarana (colui che suona il fucile come uno strumento) quando viene accolto dal capo del suo gruppo, è l'Urutù-blanco (velenosissimo serpente brasiliano) quando, ucciso dal tradimento di un suo uomo il leggendario capo Joca Ramiro, diventa capo assoluto dei jagunços rimasti in cerca di pura e sana vendetta sulle vipere che hanno osato disturbare l'ordine e la pace regnante nei sertoes, torna infine ad essere semplicemente Riobaldo alla conclusione della sua storia tutta narrata in prima persona a un misterioso "vossignoria".
Questo romanzo è anche romanzo d'amore, per le ragazze incontrate lungo i mille omerici viaggi nei mari di verde albero e giallo sabbia, per la ragazza promessa sposa Otacilia, uno sguardo da una finestra, un sorriso, una pelle lucente che intrappola il cuore di Riobaldo, ma è anche l'amore per un suo misterioso compagno sin dall'infanzia, Diadorim, figura emblematica, misteriosa e che sarà il colpo di scena conclusivo ribaltante il tutto.
Insomma, è un romanzo che va affrontato, pur nella sua difficoltà, perchè è affresco di vita umana, con tutte le sue debolezze, perchè è un acquerello sulla vita di un certo Brasile misterioso, affascinante e in fondo anche magico (Dio, Satana, natura: ogni entità spirituale avvolge la vita dei jagunços sempre, in ogni loro attimo) e perchè, come Luciana Picchio afferma in quarta di copertina: "questo libro magico [...] è forse il dono più grande che l' America Latina del realismo magico e il Brasile della parola iridata hanno fatto in questi anni a un' Europa di disseccato cerebralismo"
Appunto: contro il cerebralismo, la scientificità, il raziocinio, abbandoniamoci e abbandonatevi alla magia e alla parola che è anche disegno oltre che grafia di questa opera. ne vale la pena.

martedì 17 agosto 2010

curiosità linguistiche


osservavo incuriosito che il cognome di PESSOA, che nella vita ha creato diverse "persone" che immaginava scrivessero le sue opere dando loro nomi differenti, in portoghese significa proprio PERSONA... nomen omen?

giovedì 29 luglio 2010

La Commedia secondo Borges


"Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, Dante giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell'incontro" [J. L. Borges]
Mi hanno commosso queste parole, sognanti un amore che davvero "omnia vincit"...

martedì 29 giugno 2010

RECENSIO - J. Coe, "La casa del sonno"

Dopo aver letto altri romanzi non male, ma che non hanno lasciato segni evidenti dentro di me, torno dopo un po’ di tempo oggi per presentare un libro davvero straordinario e che consiglio a tutti:

J. COE, “La casa del sonno”, Feltrinelli.

Già sin dalla mera architettura narrativa il romanzo si presenta come un piccolo gioiellino, con salti tra presente e passato, che si alternano tra capitoli pari e quelli dispari, e con le varie sezioni (che seguono le fasi del sonno scientificamente studiate), collegate tra loro dallo stesso gruppo di parole che però si riferiscono a tempi diversi.
Ma oltre all’architettura generale, anche l’arredamento di storie, personaggi, luoghi che si incrociano, si ritrovano, si perdono e si incontrano rendono il lavoro di Coe un lungo andirivieni nella mente umana e nel senso del tempo che si perde senza speranze (vago richiamo, probabilmente, a “Gli anni” di V. Wolf) e che tiene il lettore attaccato, ora con un sorriso, ora con una lacrima, ora con un moto di rabbia per ciò che sarebbe potuto succedere e non è stato, sino all’ultima pagina.
I personaggi (il disperato innamorato Robert, l’archetipo di scienziato pazzo Gregory, la dolcemente folle Sarah, il novello Ulisse Terry, alla ricerca eterna di un film del neorealismo italiano, forse inesistente e di cui esiste solo un unico fotogramma) sono pupazzi in balia del tempo, pupazzi che però cercano sempre la loro realtà e la loro natura anche perdendosi e mutando radicalmente forma.
La genialità di Coe si rivela anche nella sapiente costruzione a scatole cinesi di tutto l’intreccio, nella presenza di momenti di grande comicità e in due trovate indimenticabili: una finta breve autobiografia con la presenza di note al testo saltate che presentano conseguentemente commenti dissacranti, in un gioco che solo la potenza della lingua può permettere, e la consegna all’appendice conclusiva, extra narrativa, di tre documenti (una poesia, una lettera e una trascrizione) che svelano definitivamente ciò che ancora ci era stato lasciato nell’ombra nebbiosa del mistero.
Concludendo, un romanzo che consiglio caldamente a tutti, perché perdersi nei labirinti della mente umana, che sono in fondo anche i nostri, è una possibilità anche di trovare noi stessi.

venerdì 25 giugno 2010

The solitary knight's lament


Oro non vo cercando
il mio cammin mai fu perso
mai vecchiaia mi coglierà
nè gelerà lo spirto mio
il fuoco celato s'iinnalzerà
ogn'ombra verrà scacciata
il mio brando invitto mai si piegherà
e la corona mia d'amor sarà!

Panismo


Trembling
like a wild caged lion
like a solitary tree
on a wind-beaten Scottish hill
like an eye
watching its death
but raging
like a dragon
defending its cradle
like a man
fighting for his honour
and his love
So am I

martedì 15 giugno 2010

The River

Sogno di un fiume
che spezzi le catene
schiavizzanti
di natura e fisica
anelante all'origo sua
e risalga dallo standardizzante mare
alla sorgente
per ritrovar
se stesso
urlando a noi umani
VIVETE!