giovedì 29 luglio 2010

La Commedia secondo Borges


"Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, Dante giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell'incontro" [J. L. Borges]
Mi hanno commosso queste parole, sognanti un amore che davvero "omnia vincit"...

martedì 29 giugno 2010

RECENSIO - J. Coe, "La casa del sonno"

Dopo aver letto altri romanzi non male, ma che non hanno lasciato segni evidenti dentro di me, torno dopo un po’ di tempo oggi per presentare un libro davvero straordinario e che consiglio a tutti:

J. COE, “La casa del sonno”, Feltrinelli.

Già sin dalla mera architettura narrativa il romanzo si presenta come un piccolo gioiellino, con salti tra presente e passato, che si alternano tra capitoli pari e quelli dispari, e con le varie sezioni (che seguono le fasi del sonno scientificamente studiate), collegate tra loro dallo stesso gruppo di parole che però si riferiscono a tempi diversi.
Ma oltre all’architettura generale, anche l’arredamento di storie, personaggi, luoghi che si incrociano, si ritrovano, si perdono e si incontrano rendono il lavoro di Coe un lungo andirivieni nella mente umana e nel senso del tempo che si perde senza speranze (vago richiamo, probabilmente, a “Gli anni” di V. Wolf) e che tiene il lettore attaccato, ora con un sorriso, ora con una lacrima, ora con un moto di rabbia per ciò che sarebbe potuto succedere e non è stato, sino all’ultima pagina.
I personaggi (il disperato innamorato Robert, l’archetipo di scienziato pazzo Gregory, la dolcemente folle Sarah, il novello Ulisse Terry, alla ricerca eterna di un film del neorealismo italiano, forse inesistente e di cui esiste solo un unico fotogramma) sono pupazzi in balia del tempo, pupazzi che però cercano sempre la loro realtà e la loro natura anche perdendosi e mutando radicalmente forma.
La genialità di Coe si rivela anche nella sapiente costruzione a scatole cinesi di tutto l’intreccio, nella presenza di momenti di grande comicità e in due trovate indimenticabili: una finta breve autobiografia con la presenza di note al testo saltate che presentano conseguentemente commenti dissacranti, in un gioco che solo la potenza della lingua può permettere, e la consegna all’appendice conclusiva, extra narrativa, di tre documenti (una poesia, una lettera e una trascrizione) che svelano definitivamente ciò che ancora ci era stato lasciato nell’ombra nebbiosa del mistero.
Concludendo, un romanzo che consiglio caldamente a tutti, perché perdersi nei labirinti della mente umana, che sono in fondo anche i nostri, è una possibilità anche di trovare noi stessi.

venerdì 25 giugno 2010

The solitary knight's lament


Oro non vo cercando
il mio cammin mai fu perso
mai vecchiaia mi coglierà
nè gelerà lo spirto mio
il fuoco celato s'iinnalzerà
ogn'ombra verrà scacciata
il mio brando invitto mai si piegherà
e la corona mia d'amor sarà!

Panismo


Trembling
like a wild caged lion
like a solitary tree
on a wind-beaten Scottish hill
like an eye
watching its death
but raging
like a dragon
defending its cradle
like a man
fighting for his honour
and his love
So am I

martedì 15 giugno 2010

The River

Sogno di un fiume
che spezzi le catene
schiavizzanti
di natura e fisica
anelante all'origo sua
e risalga dallo standardizzante mare
alla sorgente
per ritrovar
se stesso
urlando a noi umani
VIVETE!

lunedì 24 maggio 2010

HERMES (ovvero Medaglioni divini - chapter 5)


Eccoci giunti al capitolo forse per me più arduo, com’è sempre arduo parlar di se stessi, cioè d’Hermes! Mia mamma era Maia, una dolce ninfetta stuprata da Apollo in una delle sue fasi di bestialità (codesto accaduto venne poi più tardi decantato da quel gran zuzzurellone di Schopenhauer quando scrisse “Il velo di Maia”, intendendo chiaramente l’imene spezzato di mia mamma).
Nacqui e subito fui precocissimo nei miei giochetti: dopo un giorno inventai la lira, dopo 7 giorni l’ECU e dopo un mese avevo coniato l’Euro, ma mia mamma mi fece notare che i soldi non servivano a un cazzo di nessuno, così bruciai tutto e inventai la lira intesa come strumento musicale, donandola a quel gran farabutto di mio “padre” Apollo, cui però, rincoglionito dal suono soporifero dello strumento, fottei la mandria immortale e me ne andai in Arcadia dove presi dimora.
Inizia a frequentare un po’ di gente stramba, ladri, truffatori, travestiti e puttane, ma sempre con signorilità ed eleganza, e infatti a breve un mio caro amico di sbornie d’”oinos kaì mellos” (brodaglia dolciastra e alcolica, sorta di Redbull ellenica), un vecchierello cieco che mi disse di chiamarsi Umero o qualcosa del genere (son vecchio, non ricordo bene) mi dedicò, una sera sbronza, una poesia nella quale mi definì “gentilmente astuto, predone, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli, che fece in fretta a mostrare le sue imprese tra le dee immortali”.
E infatti, amici miei carissimi, riuscii a conquistare la dea delle dee, Afrodite, riuscendo a convincerla che ero un noto imprenditore edile, visti tutti i mobili e le vettovaglie che spacciavo nel mio negozio “Cose d’altre case”, e sfoggiando le mie scarpe NIKE con ali dorate e svolazzanti ai piedi (eh già, tesori miei, fu grazie a me che Afrodite per prima scoprì la passione che fu poi tutta femminile per le scarpe fashion e sexy, e io scoprii e inventai quella nobil arte nomata poi “Feticismo” o, per i più colti, “Retifismo”). Ci sposammo di lì a pochi mesi: ahimè fui spesso fedifrago (ma la mia natura di ingannatore era qualcosa che non riuscivo a tenere a bada), collezionando 18 amanti e 13 figli da donnine, ninfe e donnacce varie, ma il mio amore fu sempre per Afrodite.
Suo padre però non fu mai contento della nostra unione, e ahimè i nostri figli prediletti ebbero sempre delle sfighe fantozziane (bell’aggettivo… non so cosa cazzo voglia dire essendo io di 7000 anni fa, ma mi garba): il primogenito Ermafrodito (decisamente un idiota) si innamorò a tal punto di quella sciacquetta di Salmace, che alla richiesta di non separarsi mai da lei, furono scissi in un’unica persona, e così mi ritrovai con un figlio che aveva il cazzo a destra e la figa a sinistra, e che morì totalmente folle perché passava tutto il tempo a scopare se stesso.
Anche col secondo non andò bene: appena nato chiesi alla nutrice perché non gli avessero tagliato il cordone ombelicale che gli penzolava a terra, ma la risposta mi raggelò; ciò che vedevo del mio piccolo Priapo non era il cordone, ma era il suo membro già lungo una settantina di centimetri… A quel punto decisi che era meglio lasciare la mia consorte con cui rimasi in ottimi rapporti, e nel mio vagabondaggio incotrai una dolce verginella di nome Driope.
Eran mesi che non consumavo, ci accoppiammo come bestie, ma dopo nove mesi la maledizione dei miei figli non era terminata: il mio terzogenito (che per l’impossibilità di mettergli i pannolini chiamai ironicamente Pan) al corpo d’uomo univa gambe e zoccoli di capra; provai a spiegare a Driope che era colpa d’averla voluta fare alla pecorina (io la disdegnavo come cosa, ma lei era decisamente maialetta), ma lei in tutta risposta mi diede uno schiaffone, emise un urletto e fuggì via, lasciandomi come ragazzo padre quella mostruosità da allevare.
Per fortuna vagabondando, e crescendo Pan, ritrovai e rispolverai le mie vecchie doti d’imbroglione e col tempo misi su in Etolia una piccola agenzia mille pratiche, mentre mio figlio aprì un casino-osteria dove, la notte, ce la spassiamo tuttora in compagnia, alla faccia di Driope che dicon esser diventata cantante di grido.

martedì 18 maggio 2010

ATENA (ovvero Medaglioni divini - chapter 4)


Eccoci alfin giunti alla vera storia di chi mi ha ispirato il gruppo: oggi parleremo di Atena, poi storpiata latinamente in Minerva.
Tutto ebbe inizio una notte nella quale Zeus, di ritorno dalle sue solite scorribande a donne e ragazzine carie, ebbe dopo secoli un’improvvisa richiesta dalla mogliettina di giacere con lui. Zeus però, sfinito dalle 27 ragazze sverginate nelle poche ore precedenti, finse un improvviso mal di testa per evitare di farsi scoprire. Era, che fessa non era, attese che il marito s’addormisse e con le sue doti magiche gli procurò un vero mal di testa che perseguitò il padre degli dei per giorni e gironi, come avesse un palo nel cervello. Disperato un giorni si aprì il cranio a testate e con somma sorpresa uscì una splendida fanciulla armata di scudo e lancia (“ecco cosa cazzo era quel palo” pare, secondo ciò che ci tramanda Esiodo, fu ciò che esclamò Zeus).
Questa nascita fu inattesa da tutto l’Olimpo, la povera ragazza vagava come una disperata per tutto il palazzo, facendo disperare chiunque perché, vista la profonda intelligenza, tediava ogni divinità che incrociava con lunghissimi discorsi filosofici e sillogismi aristotelici (N.d.a.: A quel tempo Aristotele ancora doveva nascere…) e così papà e mamma la cacciarono a pedate in quel di Atene, città della quale portava il nome (i genitori eran tifosi dell’Athletikon Panathinaikon di lancio del giavellotto) perché tediasse gli umani aprendo un’università privata (da quel dì furon chiamate “atenei” non per altro) e facesse vivere in pace i consanguinei superni che le avevano affibbiato il dolce nomignolo di “Pallade” perché le rompeva sempre a tutti.
All’inizio gli affari della nuova attività di Atena andavano bene, frotte di giovincelli attici andavano da lei a farsi maciullare il cervello (pare che ad Atena sia da attribuire l’invenzione della ridente pratica nomata “Dominazione psicologica”) con i suoi ragionamenti senza senso, finchè un giorno accadde il fattaccio. Una favolosa ragazza lesbica, di nome Aracne, sentito parlar molto bene della dea (e innamoratasene) decise di far colpo su di lei sfidandola sulla manualità e le propose di vedere chi sarebbe riuscita prima a creare un centrotavola a forma di Ford Ka. Putroppo per Aracne, tali aggeggi erano del tutti lontani ancora dall’esser immaginati, ma la dea, in quanto dea, da dea tutto sapeva e creò alla perfezione il centrino. Per punire la giovincella Atena decise di mutarla in gioviale ragnetta nera grossa e pelosa, ma il padre di Aracne, sindaco della città all’epoca DELLA corrente andreottiana… (N.d.a.: EH GIA’… ESISTEVA Già A QUEL TEMPO AMICI MIEI AMATISSIMI) fece sì che Atena venisse cacciata dalla città.
Da quel momento inizia un lungo peregrinare per isole città e paeselli, in cerca di lavoro casa e manico, finchè non conosce in quel d’Itaca il dottor Ulisse, noto latin-lover, nonché fraudolento, mentitore e corruttore.
I primi mesi furono meravigliosi: gite in barca, appassionate notti d’amore, cene a base di pesce persico e anguille dell’Egeo e promesse d’etterno amor… ma Atena a un certo punto iniziò a mostrare spesso a Ulisse il neonato Eros della sua sorellastra Venere, il che produsse nel nostro eroe strani singhiozzi, mal di testa notturni e spossatezze a comando. Un brutto giorno, per liberarsi dal rischio che sentiva aleggiare nell’aere, Ulisse finse d’aver scoperto la sua vera natura d’omosessuale e confessò all’amata donzella che per non farla soffrire oltre si sarebbe ritirato per sempre nella ben nota isola dei Froci, poco distante da Itaca.
Questo colpo fu terribile per la nostra dea che perse il senno, fuggì e vagò disperata per tutto il mondo; oggidì pare che si aggiri scarmigliata, con le vesti strappate e il seno graffiato lungo le fredde coste delle isole Svalbard, cedendosi una valchiria in cerca di Odino…